DVG Stories

C’è una foto di Matteotti, scattata il giorno in cui ha pronunciato il suo ultimo discorso, dove lo si vede lasciare Montecitorio, prepararsi ad andar via lungo la discesa che c’è davanti al palazzo. Ha in tasca i fogli con le sue ultime parole. Pochi amici lo attorniano, in Parlamento gli hanno appena urlato “sei un morto che cammina”, quindi è turbato, ma i suoi occhi incontrano quelli del giovane fotografo autore dello scatto, che lui conosceva, e il volto ossuto, teso, si apre in un sorriso, mentre le mani scostano con grazia le persone intorno.
Tano D’amico, uno dei tre fotografi riuniti il 4 maggio alla Dolce Vita Gallery per parlare di fotoreportage – insieme a Tony Gentile e Roberto Strano, siciliani come lui – ha ricordato questa immagine, una foto che si trova nei libri di storia, perché ha avuto la fortuna di conoscere il suo autore, Sandro, e di parlare con lui di quello e di altri momenti importanti della sua vita professionale. E dalle sue foto e dai suoi racconti ha capito una cosa fondamentale – che “esiste una storia, una verità, che è quella dei libri, e poi ne esiste una che è quella dei fotografi, che l’hanno vista con i loro occhi e l’hanno toccata con mano”.
Si è parlato molto di Sicilia durante l’incontro, di quanto conti il luogo dove si cresce e si inizia a lavorare. Tony Gentile, che pure ha vissuto da giovane fotografo la Palermo degli anni Novanta e ha realizzato il più celebre scatto di Falcone e Borsellino, non trova ci sia un legame tra l’occhio del fotografo, la sua vocazione, e la terra dove è nato. Roberto Strano ha ricordato invece – oltre ai maestri conterranei che lo hanno ispirato e nutrito, da Sellerio a Scianna – il richiamo e l’urgenza di una cronaca che invita a testimoniare e documentare, come ad esempio, per i fotografi più giovani di oggi, l’ormai lunga consuetudine degli sbarchi sulle coste dell’isola.

“Vengono prima le foto o i fatti?”, ci si è chiesti? Seguono un evento o potrebbe essere addirittura l’opposto? Torniamo un momento allo sguardo di Matteotti in quella foto del 1924, la sua ultima foto prima di essere ucciso, di lì a pochi giorni: sono gli eventi a permettere di produrre grandi immagini o è il fotografo ad andare incontro al destino e alla storia, a metà strada, cogliendo nella realtà i segni di quello che sta per accadere? Tano D’amico non ha dubbi, “anche prima della fotografia non ci sarebbero stati certi avvenimenti – ha detto – se non fossero già stati rappresentati. La fotografia, come la pittura, mostra la consapevolezza di un popolo, e quando questa consapevolezza stride con il potere vigente l’immagine lo dice prima: scorrerà il sangue”. “Nelle linee dei volti delle persone – ha aggiunto – esistono gli avvenimenti che verranno”, esistevano nel volto teso ma sorridente di Matteotti, come pure negli sguardi dei due giudici siciliani mentre parlavano vicini, nel famoso scatto di Gentile.

“Ci sono fotografie che sono necessarie – ha spiegato Tony, tornando alla correlazione consequenziale avvenimento, quindi immagine – come quella del piccolo Aylan riverso sulla spiaggia. Servono a scuotere le coscienze quando la realtà, da sola, non fa più notizia. C’è un momento in cui il fotografo non può tacere, ha il dovere di mostrare qualcosa, per poter dire ‘ti ho avvisato, ora fai tu’. Se poi le cose non cambiano – ha aggiunto – la colpa è di tutti”.
“Una foto iconica, emblematica – ha detto, stringendo, Gaetano Savatteri, mediatore dell’incontro – ha a che fare con una magia, che si instaura tra il fatto, il fotografo e il mezzo, come se tutti gli elementi entrassero in una sorta di alchimia, di qualcosa che forse è luce”.
“La fotografia può avere un significato ambiguo – ha aggiunto Strano – o cambiare il suo senso nel tempo. Quando scatto non penso troppo a quello che sto facendo, cerco solo il modo più pulito e onesto di anticipare quello che sta accadendo e immortalarlo”.
“Esiste un legame tra destino e fotografia – ha insistito D’Amico – ci sono delle immagini che vogliono essere fatte, anche se il fotografo è inadeguato agli avvenimenti. Spesso, mentre si fotografa, ci si accorge che in quel momento si è un po’ gli occhi dell’universo, perché gli altri occhi non vedono le stesse cose che stiamo vedendo noi”.

Foto e articolo di Simona Caleo

 

Share: