DVG Stories

Per prima cosa ringrazio Marco Geppetti e la sua famiglia che, dopo anni di avventure condivise nella Marcello Geppetti Media Company, mi hanno consentito di scrivere un pensiero a 20 anni dalla morte del padre. E io non ho fatto altro che mettere nero su bianco quello che ho provato ogni volta che mi sono perso dentro il suo archivio e frammento dopo frammento l’ho incontrato.

Marcello, ti immagino giovane, con in bocca il sapore amaro di tante sigarette, con il freddo che entra dalle le scarpe e gli occhi arrossati dal sonno.

Hai scattato le foto della giornata e mi sembra di sapere quello che provi: l’ansia di portare a casa abbastanza per la famiglia, l’adrenalina per lo scoop che arriva, la freddezza che ti imponi quando ci sono da immortalare spari e sangue. E poi ogni tanto quella sensazione particolare e il piacere di uno scatto fatto solo per non perdere per la bellezza di un momento.
Immagino le battute tra amici, l’aiuto reciproco, la voglia di essere riconosciuto, le preoccupazioni, le vite che hai incontrato e che hai condiviso, nel bene e nel male.
E intanto la città cambia e i decenni passano.
Penso sempre che per un milione di volte hai strappato un’immagine alla vita e l’hai messa sui tuoi negativi e trovo buffo che l’otturatore che si chiudeva ti abbia impedito di vedere proprio l’istante che sceglievi.

Dopo aver visto i tuoi primi 1000 scatti, scrissi una frase: “C’è stato un tempo in cui cogliere l’istante in una foto era come prendere una mosca con la mano, ci voleva abilità e velocità. Ma solo alcuni quando aprivano la mano ci trovavano una farfalla”. Pensavo di averti capito, ma mi sbagliavo.
Ora che di scatti ne abbiamo visti decine di migliaia, ora che abbiamo letto i tuoi appunti e ascoltato le tue (rare) interviste, penso di poter affermare che, a dispetto di quel fare da orso, la vera farfalla eri tu.

Sei andato via alla fine dell’ennesimo giorno di lavoro, seduto davanti a un Festival di Sanremo condotto da Raimondo Vianello e vinto da Annalisa Minetti con il brano “Senza te o con te”.

Sono sicuro che anche quella sera avevi in bocca il sapore amaro di troppe sigarette, i piedi gelati per il troppo freddo di febbraio e gli occhi arrossati dal poco sonno. E un cuore troppo pieno per continuare a battere.

Eppure noi quel cuore lo troviamo ogni giorno nelle tue fotografie.

Andrea

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